ROMA ā Le miniere di carbone del Sulcis, un nome che nellāimmaginario collettivo evoca scene da cartoline in bianco e nero con uomini dal viso coperto di nero ma che, nella realtĆ , ĆØ cosa molto diversa e per nulla poetica. Valerio Mastrandrea ha espresso solidarietĆ ai minatori di quelle miniere dal red carpet del festival di Venezia. E i lavoratori sardi hanno incassato solidarietĆ ben piĆ¹ importanti, come quella del Capo dello Stato. Dāaccordo la solidarietĆ a quelle persone che rischiano di rimanere senza uno stipendio e senza sapere come portare a casa il pane ma perchĆ© le miniere di carbone del Sulcis rischiano di chiudere? Qual ĆØ la loro storia?
A raccontarla ci ha pensato Alessandro Penati, su Repubblica. Una storia poco conosciuta, nonostante assolutamente di pubblico dominio, ma una storia molto italiana, fatta di centinaia di miliardi di lire prima e di molti euro poi spesi per tenere in vita quelle miniere. Soldi che potevano essere spesi meglio, certo, anche e soprattutto a favore di quei lavoratori che rischiano il posto ma anche di quella terra, la Sardegna, che le miniere non hanno certo contribuito a rendere piĆ¹ pulita. Miliardi pagati da chi? Ma ovviamente dai consumatori che, da decenni, hanno tenuto in vita le miniere con le loro bollette.
āLāinizio dellāattivitĆ estrattiva nel Sulcis risale a metĆ Ottocento. Il carbone che si ottiene, perĆ², ha un alto contenuto di zolfo, per cui le miniere entrano in declino giĆ allāinizio del secolo. Tornano in auge nel 1935, con lāautarchia. La fine della guerra getta lāindustria mineraria locale in una grave crisi. Le miniere finiscono allāEnel, che con il carbone vuole produrre energia. Ma nel 1971 anche lāEnte elettrico abbandona lāestrazione perchĆ© non economica. Passano allāEgam, e poi, nel 1978, allāEni. Nel 1985 lo Stato decide di dare 512 miliardi di lire allāEni per riattivare il bacino carbonifero; lāEni a sua volta investe 200 miliardi nelle miniere. Si arriva perĆ² al luglio 1993 e non un solo chilo di carbone ĆØ stato estratto.
In vista della privatizzazione, lāEni abbandona definitivamente le miniere del Sulcis, e mette i minatori in cassa integrazione. Esplode la protesta. Il 28 gennaio 1994 un Decreto riapre le miniere, per garantire il posto di lavoro ai minatori. Il carbone del Sulcis, sfortunatamente, continua a rimanere pieno di zolfo; si decide quindi di costruire un impianto di gassificazione. Che fare del gas? Si decide che si costruisce una centrale elettrica. Che fare dellāelettricitĆ ? Lo Stato non puĆ² piĆ¹ costruire cattedrali nel deserto: ci vogliono i privati. Il Decreto stanzia quindi 420 miliardi a fondo perduto. Ma non bastano per garantire la redditivitĆ degli investimenti ai privati. Il Decreto, pertanto, obbliga lāEnel a comprare per otto anni lāelettricitĆ del Sulcis a 160 lire per kwh, quando il costo medio di produzione dellāEnte ĆØ di 72 lire. Saranno i consumatori a pagare per le miniere, sotto forma di sovrapprezzo in bolletta. Il Decreto stabilisce infatti che il carbone del Sulcis dovrĆ essere utilizzato per fornire almeno il 51% del fabbisogno termico richiesto nella produzione di elettricitĆ , perchĆ© possa essere venduta a 160 lire. āLāenergia prodotta, naturalmente, non serve alla Sardegna, perchĆ© sarebbe largamente esuberante rispetto ai suoi fabbisogni [ā¦]. Entriamo in Europa, dunque, ma con uno Stato disposto a pagare 2 miliardi di lire per ogni minatore del Sulcis, in una regione dove il 25% delle famiglie denuncia irregolaritĆ nellāerogazione dellāacqua.
Evidentemente non si puĆ² fare a meno di queste politiche se anche i migliori tecnici che il Paese ha portato al governo non sono riusciti ad opporsi a tanto spreco: il Decreto del 1994, infatti, porta la firma di Ciampi, Barucci, Savona e Spaventa. (ā¦) In questi anni, si ĆØ dovuto anche escogitare come usare lāenergia prodotta in quellāangolo della Sardegna. La produzione di alluminio era ideale, affamata comāĆØ di energia. Ma lāenergia sarda costava troppo e, per convincere la canadese Alcoa, lo Stato italiano gliela ha fornita per 15 anni a prezzo sussidiato, sempre pagata dai cittadini in bolletta: un onere di alcuni miliardi (ma adesso sono euro). Finiti i sussidi, produrre ĆØ irrazionale, e lāAlcoa se ne va: legittimo; non cāentra che sono canadesi. Dāaltronde, da quelle parti si ĆØ sussidiata, sempre a spese degli utenti, anche lāenergia in eccesso prodotta dalla Saras dei Moratti. E poi cāĆØ il costo sociale dellāinquinamento di una delle piĆ¹ belle coste italiane. Se tutti i soldi spesi in sussidi in questi anni fossero stati messi in mano ai singoli minatori e lavoratori di Sulcis e zone limitrofe, sarebbero stati abbastanza per finanziare una casa, una seria formazione e una nuova attivitĆ economica a ciascuno di loro. E ne sarebbero avanzati per bonificare lāintera areaā.
Questo pezzo, almeno la prima parte, come racconta Penati stesso, ĆØ un pezzo ādāannataā. Scritto cioĆØ ben 16 anni fa quando ci fu la precedente ācrisi del Sulcisā, quando cioĆØ si decise per legge di tenere aperte le miniere e di vendere lāenergia allāAlcoa. I problemi di quelle miniere erano noti allāepoca come lo sono da circa 100 anni. Estrarre carbone dal Sulcis non conviene economicamente: scarsa qualitĆ e costi troppo alti. Dāaccordo quindi la solidarietĆ ai lavoratori delle miniere, ma piĆ¹ che della solidarietĆ ci sarebbe voluta, giĆ molto tempo fa, una politica diversa. Una politica che non versasse soldi a pioggia, prendendoli dai cittadini, per tenere in piedi un carrozzone caro ed inutile. Soldi che hanno anche fatto la fortuna di qualcuno, forse, ma che per i minatori, come le cronache testimoniano, altro non hanno fatto se non rimandare il problema. Una storia vecchia, molto italiana, fatta di soldi sperperati, molta solidarietĆ e pochissima lungimiranza. Aspettiamo Penati tra altri 16 anni.