
Dazi, il giorno nero: dove ci porta il buon senso di Giorgia Meloni? Ecco la regola per sopravvivere (nella foto Ansa Donald Trump con Giorgia Meloni) - BlitzQuotidiano.it
Eccoli i dazi: lo sapremo oggi, meglio stasera, ciò che avrà deciso Donald Trump in quello che lui considera il “Liberation day” degli Stati Uniti.
Non è un giorno facile per l’Italia, ancora di più per l’Europa. È inutile nasconderlo: c’è sconcerto e soprattutto paura.
Chi pagherà il conto e chi si salverà? Sono i due interrogativi che si pongono milioni di persone che guardano con ansia oltre oceano.
La vigilia non ha portato ottimismo: le borse sono in caduta libera, gli imprenditori non sanno che pesci prendere. Come difendersi?
La presidente Ursula von der Leyen non ha dubbi: “Sapremo rispondere a chi vuole distruggere il nostro vecchio continente”, sostiene. E aggiunge: “Questa guerra commerciale non l’abbiamo voluta noi”.
Meloni, parola d’ordine sui dazi: trattiamo

È giusto un simile atteggiamento? Ingaggiare un braccio di ferro con una superpotenza dove ci porterà?
Giorgia Meloni la pensa in maniera leggermente diversa dalla sua amica di Bruxelles. Il verbo che predilige e cerca di far prevalere è: trattiamo. Vuol dire tentiamo una strada che possa consentirci di andare avanti senza patemi d’animo.
D’altronde, se l’obiettivo è quello di respingere a tutto tondo le iniziative di Trump significherebbe andare incontro ad una sicura sconfitta.
Avete mai visto una squadra di calcio di seconda o terza divisione battere l’Inter, la Juventus, il Milan, l’Atalanta?
Sarebbe una impresa impossibile e per questo la nostra premier è convinta che bisogna procedere con i piedi di piombo.
Vance in arrivo a Roma
Presto, verrà a Roma il vice presidente James David Vance, l’alter ego di Trump, che incontrerà Giorgia e qualche esponente di spicco con cui vorrà parlare. Potrebbe voler dire un primo passo avanti: capire, studiare meglio le iniziative degli Stati Uniti e comprendere dove vogliono andare a parare.
Non sarà un compito facile, ritenerla una “passeggiata” vorrebbe dire andare incontro ad una cocente sconfitta che non farà soltanto prigionieri.
Ursula non ha torto quando sostiene che mai come in questo momento l’Europa ha bisogno di unità. Balbettii, tentennamenti, dubbi sono termini proibiti. Soltanto se si avrà un denominatore comune si potrà avere qualche speranza.
Coloro i quali pensano che dividendosi si potrà strappare qualche “privilegio personale” sbagliano in maniera grossolana perché il vantaggio potrebbe durare (anzi durerà) lo spazio di un mattino.
È proprio questo quello che vuole il presidente degli Stati Uniti, perché un conto è trattare con i singoli, un altro con un intero continente in grado di difendersi e non rendere semplice l’obiettivo americano.
Niente muro contro muro, quindi. Non è solo della Meloni un simile orientamento. La von der Leyen la pensa alla stessa maniera e con lei gli stati che le sono vicini. Una guerra commerciale è improponibile e forse anche Trump la pensa allo stesso modo, altrimenti perché cerca in tutte le maniere il principio del “divide et impera”?
Però, questo saggio e antico monito appartiene ai nostri avi, ai romani che dominarono il mondo. Quindi superarci e separarci per vincere non sarà facile nemmeno per un colosso come gli Stati Uniti.
Ripetiamo determinati sostantivi che non dovranno abbandonarci: concordia, affiatamento, compattezza. Insomma, l’indivisibilità del nostro continente. Allora l’appello è soprattutto alle forze politiche che si combattono in Italia.
Lasciamoci alle spalle (sia pure per un periodo breve) i nostri litigi, i nostri battibecchi, le nostre baruffe, i nostri diverbi.
Dimentichiamo per qualche mese la Fiamma tricolore e la Falce e il martello. Non è in questo modo che si può evitare di essere schiacciati dall’America di Trump. La logica dovrebbe convincere tutti: bianchi e neri, Guelfi e Ghibellini, destri e sinistri. La speranza è l’ultima a morire e non può deluderci.