
Genova bloccata tra si e no alle elezioni di maggio chi andrà a votare? - Blitzquotidiano.it (foto Ansa: la sala rossa del Consiglio Comunale)
Tra un anno Genova compie 100 anni di “grandezza”, il primo secolo di una città che nel 1926 per volere del Duce divenne, appunto, la Grande Genova, riunendo tutti e dodici i Municipi che circondavano il suo storico centro.
Divenne così una capitale con 580 mila abitanti, gli stessi, per coincidenza, che conta ora quando molti cambiamenti l’hanno trapassata: dal picco del 1969 con i genovesi che erano quasi novecentomila e l’obiettivo di costruire una metropoli da oltre un milione. Fondata sull’industria Iri e su quella privata, che stava incominciando a declinare e su un porto che tra “camalli” e consortili, dipendenti del Cap, il Consorzio fondato nel 1903, radunava quasi trentamila lavoratori.
Ma questo anniversario importante, che ha molti significati, non corrisponde a uno slancio nuovo, proprio ora che si sta vivendo una campagna elettorale molto combattuta, che chiamerà il 25 e il 26 maggio alle urne anticipate i zeneisi di oggi.
Genova quasi laboratorio

Dovrebbe essere una campagna “forte”, perchè Genova è l’unica città che va a votare e il responso avrà un valore importante, quasi da laboratorio, come spesso è capitato da queste parti. Con il lancio del primo centro sinistra municipale nel 1961, quando democristiani e socialisti, con il Psdi e il Pri, celebrarono un esperimento, che stava formandosi anche in altre città, ma dopo la Superba.
O come nel 1975 quando, insieme alla Torino del sindaco Novelli e a Roma, proprio qui nacquero le giunte rosse, un lungo periodo di alleanza tra Pci-Psi, anticipo anche in qualche modo di quelli che poi sarebbe stato il compromesso storico abortito.
Il Pci sapeva governare grandi città e, quindi, la Dc avrebbe potuto inglobarlo nel governo nazionale…….la storia di Berlinguer e dell’omicidio Moro…
Genova fu segnata da quei dieci anni in modo quasi irreversibile, anche se poi nel 1985, il centro sinistra con i democristiani riconquistò provvisoriamente la città, mettendo sul trono un sindaco repubblicano, Cesare Campart.
Il segno di sinistra marchiò la città in modo indelebile, mentre si preparava la sua traumatica trasformazione, de-industrializzazione verticale, decrescita demografica quasi violenta, invecchiamento potente…. Il tutto mentre esplodeva il terrorismo delle Brigate Rosse e non solo, che chiudeva la città in un assedio molto profondo, tra scontri ideologici, atti di violenza inauditi, come il sequestro del giudice Sossi e l’assassinio del Procuratore Francesco Coco.
Non un’eccezione in Italia, ma un’altra primogenitura sanguinosa, pesante, che dirottava anche energie di sviluppo.
Un recente passato di declino
Mentre l’industria si riduceva ai minimi termini e la conformazione urbanistica stessa si modificava con la città policentrica, che ripeteva i Municipi di una volta, ma senza abbandonare il centralismo imposto nel 1926.
Da allora la città è stata come segnata da una impostazione di sinistra, che si spiegava con il Pci più forte in Italia dopo quello emiliano, giunto al 43 per cento dei consensi e un declino democristiano parallelo a quello del suo leader maximo, Paolo Emilio Taviani, uscito definitivamente dal Governo nel 1975, rimasto senatore e soprattutto fautore del 500 esimo Colombiano, il 1992 di un lampo forte nella storia genovese recente, grazie al quale la città ebbe una scossa di cambiamento, interpretata anche troppo come il passaggio da città industriale a città di servizi.
Una città molto meno in tuta blù e molto più di colletti bianchi, di turismo. Quella che i comunisti di allora definivano la città dei camerieri, contro la città degli operai.
Definizioni che si sono trascinate modellando sviluppi estremi di politiche un po’ contrapposte , un po’ mediate, soprattutto grazie a un Psi più forte negli anni Ottanta, che ogni tanto attutiva gli impatti operaisti con leader pronti a intervenire grazie a uomini come Roberto D’Alessandro, che iniziò la privatizzazione del porto chiuso nei suoi monopolii, con battaglie a ferro e fuoco o imprenditori “aperti” come Attilio Oliva, presidente di Confindustria e poi anche di Finmare, o leader veri e propri come Ugo Intini, braccio destro di Craxi, che arrivava a Genova come capolista Psi, dopo la direzione de “Il Lavoro” quotidiano socialista e, caustico, definiva quella Genova operaista peggiore della Lipsia tedesca allora nell’est germanico.
Oggi quei modelli e quelle spinte si sono sbriciolate nei cambi politici della Repubblica, nelle mutazioni genetiche dell’economia, nelle rivoluzioni sociali, nel graduale abbassamento della classe politica, nella scomparsa o quasi dei corpi intermedi..
Ma la traccia resta e oggi la battaglia elettorale, dopo otto anni della rivoluzione più secca, che è stata quella imposta da un sindaco forte e diverso, Marco Bucci, eletto nel 2017 un po’ a sorpresa, facendo cadere la cosidetta “roccaforte rossa” dopo decenni e soprattutto dopo il governo del “marchese rosso” Marco Doria, un sindaco che aveva dovuto fare i conti non solo con i suoi lombi aristocratici, ma con il disfacimento dei partiti (anche dei suoi) e della dèbacle economica delle casse pubbliche, sotto il governo di emergenza di Mario Monti, oggi in qualche modo tutto torna daccapo.
Il candidato che prende il posto di Bucci, il suo vice per otto anni, un avvocato, Pietro Piciocchi, cattolico integralista, spinge un modello continuista, che impone grandi opere, tanti cantieri, la spinta a costruire, il “sentiment” positivo di Bucci, l’uomo del ponte Morandi.
Un modello che ha cambiato molte facce della città, ma non ha fermato il suo declino demografico, la fuga dei giovani, le condizioni dell’assistenza pubblica, puntando tutto su grandi trasformazioni urbanistiche capaci di generare induttivamente benessere, nuovi, grandi orizzonti. Ma quando?
Come quello della superdiga foranea, che porterebbe a Genova un porto moltiplicato per tre e traffici mai visti. Un modello che non ha però dietro molto la residua classe sociale economica, molto scottata dall’inchiesta giudiziaria che ha spazzato via Giovanni Toti, l’epicentro politico degli ultimi lustri, il presidente di Regione che tesseva le fila di un tentativo moderato, uscito come una costola dal berlusconismo originario. Autore anche di uno scenario nazionale con il partito “Noi moderati”, attivo eccome a Roma.
Il candidato, o meglio la candidata, che a sinistra arriva dopo la sfilza delle sconfitte e il ridimensionamento anche di leader in pista dopo la scomparsa dalla scena attiva (non dalle retrovie) di Claudio Burlando, è un colpo di scena: Silvia Salis, ex campionessa olimpica, dirigente Coni, genovese di origini popolari, giovane età, bella presenza e rottura con uno establishment di sinistra diviso da tante piccole beghe locali.
Un colpo di fulmine che, però, si è subito calato in quel vecchio solco, beneficiando dell’accordo tra tutti i possibili partiti e movimenti del centro sinistra extra large, da Calenda a Conte, passando per Renzi (forse uno dei suoi padri politici).
E così il modello contrapposto è quello di una scelta sul sociale, sull’attenzione diversa alla città, ma con grande ma grosso handicap.
In una città terremotata dalle gradi opere in costruzione, finanziate con il Pnrr e con tanti altri finanziamenti pubblici, europei e statali, che si fa di quello che è incominciato e che va dalla Funivia per salire sulle alture, agli ospedali da rifare, agli Sky metro per sopperire al disastro del traffico urbano, alla stessa Superdiga che costa miliardi, agli spostamenti dei depositi chimici dai quartieri urbani alle dighe portuali e così ad andare. Si dice si o no a queste opere?
E così la battaglia elettorale si fagocita in questo scontro tra il si e il no. Quanti si e quanti no ha pronunciato la bella Salis con marito regista di successo, amico di Renzi e della sua Leopolda?
Glieli contano uno a uno e lei è costretta a scegliere anche a modulare le riposte perchè a certe opere non si può più dire no che altrimenti che fine fanno i soldi Pnrr e certe opere sono diventate essenziali, pena l’isolamento geografico catastrofico che Genova subisce.
In questo modo non esce un modello nuovo, una visione che corrisponda a una città diversa, finalmente misurata alla sua proporzione decisa cento anni fa. E così la battaglia diventa noiosa ripetitiva, sopratutto se sfarinata tra i tanti candidati, misurata sui singoli temi, dal sociale alla cultura, che Bucci&C avevano abbandonato considerandola più spettacolo ed educazione civica che non altro, soprattutto se decaduta a beghe di accuse clientelari mentre il candidato Piciocchi, sindaco reggente, mescola la necessaria amministrazione corrente della città in una campagna incorporata, facendosi fotografare mentre spala il fango dell’ultimo allagamento e la Salis ripercorre i santuari della sinistra che fu, dalla piazza intitolata a Don Gallo, il “prete da marciapiede”, nume della sinistra sinistra, inventore della candidatura di Marco Doria, il sindaco che è stato in questi anni definito sindaco della “decrescita felice”.
Si o no? E che altro? Forse solo un tasso di assenza del voto già fotografato al 55 per cento e che magari salirà………