
Sui dazi Trump dà i numeri, da dove viene quel 39% alla Ue? Una formula per gonfiare di dieci volte le cifre (foto Ansa-Blitzquotidiano)
Tutti abbiamo visto lo spettacolo allestito alla Casa Bianca dal presidente Trump per annunciare solennemente il giorno in cui gli americani finalmente si liberano dei malvagi partner commerciali nel mondo che cospirano contro gli Usa imponendo loro il giusto castigo: “tariffs”, dazi come se piovesse, con tanto di cartello con la lista dei cattivi e l’elenco cifrato delle punizioni comminate.
“Tariffs”, dazi come se piovesse
Per un fenomeno estremamente complesso come il commercio internazionale, l’amministrazione Usa non esita ad usare una semplice frazioncina nemmeno adatta per un calcolo spannometrico. In pratica, il calcolo si limita alla differenza fra il valore dell’export e il valore dell’import (il deficit commerciale) divisa per il totale delle importazioni da quel paese. Tutto qua.
Paul Krugman, Premio Nobel americano all’economia, la mette così: “La colonna di sinistra che mostra i dazi che gli altri Paesi applicherebbero sui prodotti Usa è completamente folle. La Ue, come gli Usa, ha dazi generalmente molto bassi, in media il 3% sui prodotti Usa. Da dove viene questo 39%? non ne ho idea”.

Esagera Krugman? “In realtà, le tariffe applicate dall’Ue ai prodotti americani ammontano al 3%”, spiega al Sole 24 Ore Tommaso Monacelli, ma che vuoi che ne sappia di deficit commerciale un professore ordinario di Economia all’Università Bocconi.
Trump dà i numeri
Alla lettera, Trump dà i numeri: la spettacolare esibizione di paranoia economica viene giustificata su X dal portavoce della comunicazione della Casa Bianca in risposta a un giornalista economico che lo sbugardava con una formula che contiene lettere greche forse per impressionare l’audience, tutto molto “scientifico”, “matematico”.

Vediamo la formula pubblicata sul sito del dipartimento del Commercio: il numeratore indica deficit (differenza tra esportazioni, x, e importazioni, m), il denominatore indica le importazioni dal paese considerato (m). Gli altri fattori nella formula sono l’elasticità della domanda al prezzo ε e il grado di trasmissione dei dazi φ.
Peccato che per matematici ed economisti quella formula non sia altro che maquillage perché alla fine il risultato resta sempre quello, quanto importi meno quanto esporti diviso per quanto importi. Fondata tanto quanto la presunta “reciprocità” invocata dall’amministrazione Usa.
Prendiamo dichiarazioni e cifre a proposito del caso europeo che ci interessa di più. “La Ue ci sta fregando. Trentanove per cento. Stiamo per imporgli un venti per cento, in pratica gli imponiamo giusto la metà”. Cosa vuol dire?
Da dove viene quel 39%?
Da dove viene quel 39%, cosa significa quel 20% in risposta? Il 39% conterrebbe, secondo la Casa Bianca, la somma dei dazi imposti dalla Ue, delle “manipolazioni monetarie” e delle “barriere al commercio”, le rigide normative sanitarie, l’imposta sul valore aggiunto (che essendo estesa a tutti, operatori domestici e stranieri, non si vede come possa discriminare o penalizzare alcuno).
Il 20% mostrerebbe invece la magnanimità del presidente Usa che al posto di reagire con il quasi 40% corrispondente ai nostri presunti dazi, ci fa lo sconto della metà.
La formula? La stessa che dà ChatGpt
La formula serve solo a giustificare la paranoia economica di Trump che, storicamente, ha sempre considerato il deficit commerciale segno di debolezza e la prova di un comportamento sleale, sempre (come, poniamo il caso, il Lesotho, uno dei paesi più poveri al mondo, che vende solo jeans e diamanti agli Usa dove c’è forte domanda, e deve essere quindi punito, dazi al 50%, solo perché non ha i mezzi per importare la corrispondente quota di prodotti americani).
Qualcuno ha voluto provare a ritroso il percorso immaginativo alla definizione della formula: se domandi a ChatGpt come calcolare l’esatto dazio verso una nazione per raggiungere un equilibrio commerciale uguale a zero, guarda un po’ cosa viene fuori?